Firpo, il poeta che accordava pianoforti e anima
La lingua genovese assurge a una dimensione poetica ed elettiva nella massima figura che in quest’ambito ha raccontato la città e la Liguria nel ‘900: Edoardo Firpo.
Anche lui catalogato velocemente nella categoria “nostalgia & sentimentalismo” superato dalle feroci e modernissime contaminazioni tra italiano e inglese del secondo dopoguerra, di Firpo viene messo in soffitta velocemente, non solo la sua esperienza letteraria finissima e colta ma anche la sua figura personale degna sicuramente di un riconoscimento diverso.
Nato nel 1889 da una modesta famiglia borghese, il padre faceva l’accordatore di pianoforti, prenderà in eredità questa professione facendola sua per tutta la vita anche quando più anziano sarà costretto a servirsi di un cornetto acustico per regolare gli strumenti.
Persona schiva ai limiti della ritrosia, coltiva la sua scelta poetica lontano da ogni possibile richiamo mondano. La sua importante abilità è quella di mutare l’aspra e pratica lingua del territorio in una batteria lessicale di suoni e sensazioni capaci di riprendere e trasmettere emozioni e figure che non permetteva la lingua italiana.
In una applicazione un po’ schematica delle diverse correnti artistiche che attraversano l’Europa lo si potrebbe definire impressionista per la capacità di cogliere minuziosamente anche nel minimo particolare della quotidianità, una dilatazione poetica unica nel per il suo genere e per l’epoca che viveva. La capacità di cogliere momenti di emozione inaspettati capaci di far trasalire l’individuo straniandolo e portandolo con la memoria delle sensazioni ai momenti fondamentali della sua vita come in una Epifania proustiana.
In questo caso è il piccolo e semplice orto colto nella sua eterna (pe sempre) bellezza…
Bello pe sempre l’orto in ta mattin
serròu da træ muagette, in vista a-o mâ
e-o cipresso sotï lì da-a vixin,
quande tutta sprussâ de margaitin
a sùcca in sce-a muagetta [muretto] a pâ giassâ.
Il gabbiano offre l’immediata riflessione su una filosofia di vita essenziale
L’ochin Il gabbiano
“Ecco, pe-a fosca marinn-a “Ecco, per la fosca marina
un’atra onda a s’avansa; s’avanza un’altra onda,
a gonfia, a s’adrissa, a s’inarca si gonfia, si raddrizza, si inarca
comme unna chiggia de barca, come un chiglia di barca,
pà che a se-o vèugge aberà. pare che voglia agitarsi.
Ma lè, tranquillo e beato, Ma lui, tranquillo e beato,
con a caressa de ae con la leggerezza delle sue ali
o te ghe scuggia de dato. ci scivola sopra.
Poesse fà comme l’öchin Potessi far io come il gabbiano
pe ogni onda che arriva e sollevarmi un pochino
arsame sempre un pittin.” ad ogni onda che arriva.
Firpo, con l’avvento del fascismo, oppone una sua ferma avversione, quasi istintiva a differenza del gabbiano in questione e questo gli costerà molto subendo l’arresto e le percosse dei fascisti e salvandosi di un soffio dalla deportazione nei campi di concentramento.
I ricordi e le immagini del quartiere della Foce diventano la forma attraverso cui il poeta riprende i temi della memoria e delle immagini per ricavarne una riflessione struggente sull’infanzia nella poesia dedicata alla festa di S. Giovanni Battista. (A festa de S. Giambattista)
“Ancon me pâ de veddive “Mi pare di vedervi ancora
belli figgêu da Foxe, bei monelli della Foce,
chêutti, rostii da-o sô, abbronzati e arrostiti dal sole,
a strêuppe, mezi nui, in bande, mezzi nudi,
tutti desbandelae. tutti male in arnese,
coa testa asberuffâ, coi capelli arruffati,
quande sott’ai barcoin quando sotto le finestre
ve metteivi a cantâ… cantavate a squarciagola…
… …
Belli figgêu da Foxe Bei monelli della Foce
a m’è restâ in te l’anima m’è rimasta in fondo all’anima
a vostra fresca voxe!… la vostra voce fresca e squillante!…
Non nostalgia ma arte di gran precisione nell’evocare suoni e immagini quasi ancestrali, irrimediabilmente perdute ma fissate per sempre e riacciuffate per un attimo grazie alla magia del poeta.
La sua poesia in qualche modo più amata e rappresentativa anche se per questo forse quella che si accorda di più sul superficiale sentimento della nostalgia è quella dedicata a Boccadasse che nella descrizione intima della sua quotidianità diventa una piccola porzione di paradiso…
Boccadàze Boccadasse
“De votte succede che tra onda e onda Capita a volte che tra un’onda e l’altra
se stende comme un’improvvisa calma; si formi come una bonaccia improvvisa;
deslengua e sc-ciumme là vixin a-a sponda scioglie le schiume presso la riva
e in te l’aia impregnà de bon arsilio e nell’aria impregnata di arsura
no resta che un silensio un po stupio. non resta che uno stupore silenzioso.
A poco a poco sento nasce in gìo Poco alla volta sento sorgere intorno
voxi velae, poi sbraggi de figgèu, voci velate, poi grida di fanciulli,
chi scava in te l’aenin, chi zèuga allèa, chi scava nell’arena, chi gioca a nascondino,
chi travaggia a ’na barca, chi a ‘na rae; chi lavora a una barca, chi a una rete;
unna galinn-a a crocca in sce ’na proa, una gallina si crogiola su una prua,
un’atra a pitta l’aiga da-a scuggèa. un’altra becca le alghe sugli scogli.
Dormiggia un gatto in meso a due bibbinn-e, Un gatto se la dormicchia tra due tacchine,
pisaggia unna veggetta sorva a un scain; una vecchietta sonnecchia su uno scalino;
chi èuggezza da un barcon, chi sta in sce-a porta chi occhieggia da un barcone, chi sta sull’uscio
a gòdise l’odò do vento maen; a inebriarsi dell’odore del vento marino;
chi tegne o chèu in te rèuze, chi in te spinn-e, chi ha il cuore fra le rose, chi fra le spine,
chi in mille moddi a vitta se conforta. chi accetta comunque la vita che ha.
O Boccadàze, quande in ti se chinn-a O Boccadasse quando si scende da te
sciortindo da-o borboggio da çittae, uscendo dal trambusto cittadino,
s’à l’imprescion de ritornà in ta chinn-a si ha l’impressione di tornare nella culla
o de cazze in te brasse d’unna moae. o di ricadere in braccio alla mamma.
Pà che deslengue un po l’anscia da vitta Sembra che sciolga un po’ l’ansia del vivere
sentindo comme lì seggian fermae gustando come lì si son fermate
ne-a bella intimitae da to marinn-a nella piacevole intimità della marina
a paxe antiga e a to tranquillitae. la quiete antica e la tua tranquillità.
Pà che se pòse un’improvvisa calma Pare ristare un’improvvisa calma
fra onda e onda anche dentro a-o chèu ma non appena ti giriamo le spalle
ma appenn-a te se gia torna e spalle ecco che pronta giunge una nuova ondata
ecco che arriva pronta a nèuva ondà
e torna o bollezumme in meso a-o mà.” e torna l’agitazione in mezzo al mare.”
“O fiore in to gotto” è in qualche modo il suo manifesto poetico interiore… L’immagine del fiore tagliato che va a morire melanconicamente nel bicchiere ma che si riprende di volta, in volta ravvivato dai raggi di sole è la rappresentazione totale del poeta che avverte il mutare della stagione, negli impercettibili soprassalti del cuore verso ogni minima possibilità di sopravvivenza.
Fiore in to gotto Il fiore nel bicchiere
Gh’èa un çè frèido e lontan Il cielo era freddo e lontano
de dato a-o bosco instecchio, sopra al bosco isterilito,
ma in ti ciànelli zà verdi ma sui pianori già verdi
s’avrivan i colchici lilla; germogliavano i fiori azzurrini;
ai pè de qualche muagetta ai piedi di qualche muretto
spuntava a primma viovetta. spuntava la prima violetta.
Campann-e vegnivan a sciammi E le campane rintoccavano
da-e lontananze di monti, in lontananza dai monti,
da-i orizonti di anni, dagli anni ormai trascorsi,
quande me paiva che o mondo allorché mi sembrava che il mondo
nasciuo o fosse con mi. fosse proprio nato con me.
Aegue de primmaveja Acque primaverili
sott’a-e rammette fiorie, sotto i rametti in fiore,
comme me paiva che alloa come mi pareva allora
cantasci solo pe mi! che gorgogliaste soltanto per me!
Oh carovane de nuvie Oh masse di nuvole
calme ai tramonti in sce-o mà quiete nei tramonti sul mare
e contemplae dietro a-i veddri, e contemplate dietro ai vetri
quanto m’éi faeto pensà! quanto mi avete fatto rimuginare!
Me mèue Odisseo in te l’anima: Mi muore l’Ulisse che è in me:
pe sempre cazze a mae veja: la mia vela si ammaina per sempre:
ritorno sens’ese partio. ritorno ancor prima d’essere partito.
E òua me lascio portà Ed ora mi lascio trasportare
e navego comme in te un fjord e navigo come fossi lungo un fiordo
da l’aegua morta e profonda dove l’acqua è calma e profonda
in t’unna taera do nord. in un lontano paese del nord.
Malinconia Malinconia,
comme ciù fito deo tempo tu distruggi le vicende del mondo
ti desfi e cose do mondo! ancor più velocemente del tempo!
Ma e primmaveje ritornan Ma le primavere fanno ritorno
e mi rinascio con lò. e anch’io rinasco con esse.
Son comme o fiore in to gotto Sono come il fiore nel bicchiere
che mentre u mèue cianin che mentre muore poco a poco
pe ogni sò che ritorna ogni volta che c’è un po’ di sole
o se repiggia un pittin. riprende un poco di brio.
(Le poesie e le traduzioni sono estratte dal saggio su Edoardo Firpo di Benito Poggio anticafoce.blogspot.it)


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